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mercoledì 3 novembre 2021

Incipit



Torna lo spazio dedicato agli incipit dei libri che fanno parte della biblioteca della mia vita.
Oggi ve ne propongo uno speciale, che appartiene a un romanzo che ha segnato la mia infanzia, gettandomi di forza in un mondo avventuroso di pirati e tesori, che ancora oggi 
mi affascina e mi fa sognare.





Il signor Trelawney, il dottor Livesey e gli altri gentiluomini mi hanno chiesto di mettere per iscritto tutti i dettagli riguardanti l'Isola del Tesoro, dal primo all'ultimo, senza omettere nulla salvo la posizione dell'isola, e questo solo perché una parte del tesoro non è stata ancora portata alla luce. Perciò nell'anno di grazia 17... prendo in mano la penna e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e al giorno in cui il vecchio uomo di mare, abbronzato e sfregiato da una sciabolata, prese per la prima volta alloggio sotto il nostro tetto.

[Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, 1883, traduzione di Richard Ambrosini, Garzanti, 2000]


giovedì 2 gennaio 2020

2 gennaio 1920: nasce a Petrovici (URSS) Isaac Asimov




"Si chiamava Gaal Dornick ed era un semplice ragazzo di campagna che non era mai stato prima d'allora a Trantor. Conosceva però il panorama di questa città per averlo osservato sullo schermo dell'ipervideo e sugli enormi trasmettitori tridimensionali che diffondevano le notizie dell'Incoronazione Imperiale e dell'apertura del Consiglio Galattico. Pur essendo vissuto sempre nel mondo di Synnax, che ruotava intorno a una stella ai margini della Corrente Azzurra, il ragazzo non era affatto tagliato fuori dalla Civiltà.
A quel tempo nessuno nella Galassia lo era.
I pianeti abitati della Galassia erano venticinque milioni e tutti facevano parte dell'Impero, la capitale del quale era Trantor. Quella situazione però sarebbe durata solo per altri cinquant'anni."


(Cronache della Galassia - Isaac Asimov, 1951)


lunedì 20 maggio 2019

Incipit


E così, anche questo viaggio è giunto alla fine.


Immagine reperita sul web (Wiki of Thrones)

Voglio credere che ci sia ancora strada da fare, almeno fino a quando GRRM si deciderà a darci la SUA versione conclusiva di questa storia che ha coinvolto, come mai accaduto a un fantasy prima, il pubblico televisivo in ogni angolo del pianeta.
Per ora, torno lì, dove tutto ebbe inizio, con un po' di nostalgia e tanta tristezza nel cuore.


(segue articolo del 15/01/2013)

Oggi vi regalo un incipit che mi ha segnata come lettore e amante del genere fantasy.
Ecco le parole con cui ebbe inizio, nel lontano 1999, la mia avventura nelle terre di Westeros, un mondo dal quale non sono più riuscita a uscire. 
Venite con me sulla Barriera e ricordate:
 "Winter is coming"



Cliccando sulle immagini potrete leggere le mie recensioni.



"Le tenebre stavano avanzando.

“Meglio rientrare”. Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. “I bruti sono morti”.

“Da quando hai paura dei morti?” C’era l’accenno di un sorriso sui lineamenti di ser Waymar Royce.

Gared non raccolse. Era un uomo in età, oltre i cinquanta, e di nobili ne aveva visti andare e venire molti. 

“Ciò che è morto resta morto” disse “e noi non dovremmo averci niente a che fare.”

“Che prova abbiamo che sono davvero morti?” chiese Royce a bassa voce.“Will li ha visti. Come prova, a me basta.”

Will sapeva che prima o dopo l’avrebbero trascinato nella discussione. Aveva sperato che accadesse dopo, piuttosto che prima.

“Mia madre diceva che i morti non parlano” s’intromise.

“Davvero, Will?” rispose Royce. “E’ la stessa cosa che mi diceva la mia balia. Mai credere a quello che si sente vicino alle tette di una donna. C’è sempre da imparare, perfino dai morti.”

La foresta piena d’ombre rimandò echi della voce di ser Waymar. Troppi echi, troppo forti e definiti.

“Ci aspetta una lunga cavalcata” insisté Gared. “Otto giorni, forse nove. E sta calando la notte.”

“Cala ogni giorno, quasi sempre a quest’ora.” Ser Waymar alzò uno sguardo privo d’interesse al cielo che imbruniva. “Qualche problema con il buio, Gared?”

Will vide le labbra di Gared stringersi e la rabbia repressa a stento invadere i suoi occhi. Gared aveva passato quarant’anni nei Guardiani della notte, la maggior parte della sua vita di ragazzo, tutta la sua vita di uomo, e non era abituato a essere preso con leggerezza. Ma questa volte nel vecchio guerriero c’era qualcosa di più dell’orgoglio ferito. Una tensione nervosa che arrivava pericolosamente vicino alla paura.Will la percepiva, la sentiva. Forse perché lui stesso aveva paura.

Era di guarnigione sulla Barriera da quattro anni. La prima volta che l’avevano mandato sull’altro lato tutte le antiche, sinistre storie gli erano tornate alla mente come una valanga. Aveva sentito le viscere attorcigliarsi e il sangue andare in acqua. In seguito ne aveva riso. Era un veterano adesso, con centinaia di pattugliamenti alle spalle. Per lui non c’erano più terrori in agguato nella sterminata estensione verde scuro che quelli del Sud chiamavano la Foresta stregata.

O per lo meno, non c’erano stati terrori fino a quella notte. C’era qualcosa di diverso, quella notte, qualcosa che gli mandava brividi gelidi lungo la schiena: le tenebre, la loro densità. Erano fuori da nove giorni, e avevano cavalcato prima verso nord, poi verso nord-est, poi di nuovo verso nord, seguendo da vicino le tracce di una banda di bruti e allontanandosi sempre di più dalla Barriera. Ogni giorno era stato peggiore del precedente.

E quel giorno era il peggiore di tutti. Il vento gelido che soffiava da settentrione faceva oscillare e frusciare gli alberi della foresta come se fossero dotati di una loro vitalità interna. Per l’intera giornata Will non era stato in grado di scacciare la sensazione di essere osservato da occhi implacabili, paralizzanti, carichi d’odio. Anche Gared aveva avuto la stessa sensazione. E adesso Will aveva un’univa idea in mente: partire al galoppo sfrenato, tornare al più presto dietro la sicurezza della Barriera. Ma non era un’idea da condividere con il comandante.

Specialmente con un comandante come quello."


[George R. R. Martin, Il trono di spade, ed. Mondadori]

lunedì 20 gennaio 2014

Incipit



"Una mucca di Vipiteno aveva mangiato l'arcobaleno. Di solito le mucche mangiano erba, fieno, cose così. Ma quel che non succede in mille anni può succedere una sera, all'ora del tramonto, dopo un furioso temporale, mentre un gruppo di turisti tedeschi sta ammirando l'arcobaleno che si accampa in cielo, da una montagna all'altra, e una mucca sta brucando per i fatti suoi, senza pensare al domani, perché le mucche stanno con tutte e quattro le zampe nel presente. A un certo punto uno dei turisti esclama: - Guardate, l'arcobaleno sta rientrando nella terra."

G. Rodari, Il gioco dei quattro cantoni, Einaudi, 1999


domenica 3 novembre 2013

Incipit




Quello di oggi è uno degli incipit più famosi della letteratura.
Non c'è molto da dire, se non che Jane Austen e la sua Elizabeth ancora affascinano i lettori 
con una forza straordinaria.
Ne sono stati tratti film, spin-off, adattamenti di ogni genere, a testimonianza del fatto che questo romanzo è un ever green che non può mancare in nessuna biblioteca.

Quest'anno festeggia 200 primavere, ma la sua freschezza resta immutata.

Vi ripropongo questo post, in attesa di quella che (spero!) sarà
una piacevole sorpresa per voi, lettori e amici di web!

Per sapere di cosa si tratta, non perdete lo Speciale su Jane Austen che abbiamo ideato per voi sul blog SognandoLeggendo. Dal 4 novembre, per ben tre settimane, un appuntamento quotidiano con il mondo austeniano. Recensioni, articoli e qualche regalo per i lettori.



Stay tuned!



È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell'una o dell'altra delle loro figlie.

[Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, 1813, traduzione di Isa Maranesi, Garzanti]


martedì 8 gennaio 2013

Incipit



In un pomeriggio di primavera inoltrata si sentì suonare a un'ora insolita la campana della Moat House, a Tunstall. A quel suono, nella foresta e nei campi lungo il fiume, i contadini cominciarono ad abbandonare i propri lavori e ad accorrere da ogni dove, mentre, nel villaggio di Tunstall, un gruppo di poveri bifolchi rimase ad ascoltare stupito quel richiamo.
A quel tempo, sotto il regno del vecchio Enrico VI, il villaggio di Tunstall aveva press'a poco lo stesso aspetto di oggi. Circa una ventina di case, dall'ossatura di quercia massiccia, erano sparse per la vallata lunga e verde, sul pendio di qua dal fiume. In fondo, la strada, che portava alla Moat House e di là all'abbazia di Holywood, scavalcava un ponte e, inerpicandosi sull'altra sponda, scompariva al limitare della foresta. In mezzo al villaggio sorgeva la chiesa, circondata di tassi. Da ogni lato la vista era delimitata da verdi boschi di olmi e querce che coronavano le pendici.
In prossimità del ponte, su un tumulo, c'era una croce di pietra, e qui il gruppo, composto da una mezza dozzina di donne e di un individuo alto che indossava una tunica da contadino, si era radunato a discutere sul significato di quei rintocchi.

Robert Louis Stevenson, La Freccia Nera, 1883

lunedì 19 novembre 2012

Incipit


 
 
Certe storie sono immortali. E potenti. Come la tragica storia di Heatcliff e Catherine, ambientata tra le brughiere battute dal vento dell'Inghilterra più suggestiva. Ecco a voi l'incipit di questo magnifico romanzo.





1801. — Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo vicino col quale avrò a che fare. Questa è indubbiamente una bella contrada. Credo che in tutta l'Inghilterra non avrei potuto scegliermi un altro posto più lontano dal frastuono della società. È il paradiso del perfetto misantropo; e il signor Heathcliff ed io siamo fatti apposta per una simile desolazione. Un uomo veramente singolare! Non immaginava certo quale viva simpatia sentissi per lui quando vidi i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le ciglia al mio avanzare a cavallo, e le sue mani rifugiarsi ancor più addentro nel panciotto, con gelosa risolutezza, all'annuncio del mio nome.
«Il signor Heathcliff» dissi.

[Emily Brontë, Cime tempestose, traduzione di Rosina Binetti, Garzanti, 2010]
 
 

mercoledì 7 novembre 2012

Incipit



Oggi posto per voi, miei amici webnauti, l'incipit di uno dei libri più belli letti durante la mia infanzia. Un autore straordinario, capace di raccontare storie bellissime di amicizia e di avventura come pochi altri: Jack London e la meravigliosa storia di Zanna Bianca.







“L’ultimo bagliore del tramonto si spegneva sulle deserte solitudini gelate e, contro l’indistinto colore del cielo, più viva spiccava la massa scura degli abeti che premevano e incalzavano il corso gelato del fiume.
Il vento che sino allora aveva impazzato, strappando dagli alberi la veste gelata che li aveva ricoperti, ora aveva tregua.
Nessun rumore, nessuna voce d’uomo rompeva quel silenzio, e la natura, sempre uguale da che è nato il mondo, dominava incontrastata.
Vi regnava quasi un’ accento di riso, un ghigno ben più terribile di ogni tristezza, un riso tetro come il sorriso della sfinge, un riso freddo come il gelo, in cui si sentiva aleggiare la truce minaccia dell’ ineluttabilità.
Era la saggezza imperiosa dell’ eternità che irrideva alla futilità della vita e agli sforzi dell’umanità.
Era il “Wild”, il selvaggio “Wild” della Terra del Nord, dal cuore di ghiaccio.”

[Jack London, Zanna Bianca]

mercoledì 25 luglio 2012

Incipit


Uno dei più straordinari romanzi di Jules Verne, che ha fatto viaggiare
con la fantasia generazioni di ragazzi (e non).

Un'avventura così incredibile non poteva
non avere il suo spazio  nella mia lista degli incipit.


CAPITOLO I
Nel quale Phileas Fogg e Passepartout si accettano reciprocamente,
uno come padrone, l'altro come domestico.

Nell'anno 1872, la casa al n° 7 di Saville Row, Burlington Gardens - casa nella quale, nel 1814, morì Sheridan - era abitata da Phileas Fogg, esq., uno dei soci più singolari e più noti del Reform Club di Londra, benché sembrasse mettercela tutta a non far nulla che potesse attirare l'attenzione.
A uno dei più grandi oratori che fanno onore all'Inghilterra, succedeva, dunque, questo Phileas Fogg, personaggio enigmatico, di cui non si sapeva niente, se non che era un uomo molto galante e uno dei più affascinanti gentlemen dell'alta società inglese.
Si diceva che somigliasse a Byron - in viso, poiché quanto ai piedi era inappuntabile - ma a un Byron con baffi e favoriti, un Byron imperturbabile, che avrebbe vissuto mille anni senza invecchiare.
Inglese, senza dubbio, Phileas Fogg forse non era londinese. Non era mai stato visto né alla Borsa, né alla Banca, né in nessuna filiale bancaria della City.
Né le darsene né i docks di Londra avevano mai accolto una nave che avesse come armatore Phileas Fogg. Questo gentleman non figurava in nessun consiglio d'amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocati, né al Tempio, né a Lincoln's Inn, né a Gray's Inn. Non aveva mai patrocinato né alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina, né allo Scacchiere, né alla Corte Ecclesiastica. Non era né industriale, né negoziante, né mercante, né agricoltore. Non faceva parte né dell'Istituzione Reale di Gran Bretagna, né dell'Istituzione Londinese, né dell'Istituzione degli Artigiani, né dell'Istituzione Russel, né dell'Istituzione Letteraria Occidentale, né dell'Istituzione del Diritto, né di quell'Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite ch'è posta sotto il diretto patrocinio della Sua Graziosa Maestà. Non apparteneva, infine, a nessuna delle numerose società che pullulano nella capitale inglese, dalla Società dell'Armonica alla Società Entomologica, fondata principalmente allo scopo di distruggere gli insetti nocivi.
Phileas Fogg era membro del Reform Club, e nient'altro.


J.Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, Alberto Peruzzo Editore, 1992 (trad. Alda La Rosa)

venerdì 8 giugno 2012

Incipit



Oggi, amici di web, vi propongo
un incipit davvero particolare.
Ho avuto l'onore di partecipare a una 
straordinaria iniziativa, 
nata e cresciuta sul web e
trasformatasi in un libro vero e proprio,
con tanto di codice ISBN, scaricabile in modo assolutamente
gratuito da internet.
104 autori, gli argomenti più svariati e 
un progetto in crescita sono solo alcune delle
caratteristiche di Noilapensiamocosì.

Ecco come inizia l'avventura
che ha superato confini geografici, anagrafici e culturali
attraverso un social network
nel ricordo di un ragazzo e a dimostrazione
che i ragazzi sono la vera speranza di questo Paese.

Amici di web, vi presento
iL pIù BeL LibrO dElLa tUa VitA

lunedì 4 giugno 2012

Incipit



Oggi vi propongo un incipit eccezionale.
Una delle storie più incredibili mai raccontate, in cui amore, avventura e mito
si mescolano di continuo dando vita a personaggi e scene
destinate a restare nell'immaginario collettivo per l'eternità.



Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempía), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente pería: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.


[Omero, Iliade, traduzione di Vincenzo Monti, Casa Editrice G. D'Anna, 1960]

mercoledì 16 maggio 2012

Incipit



Questo è stato uno dei primi romanzi che ho letto.
Avevo otto anni e mia nonna mi regalò un'edizione con una magnifica copertina rigida.
Dopo quello, lessi quasi tutti i libri di Emilio Salgari, uno dei più
grandi viaggiatori di fantasia che siano mai esistiti.

Filibustieri della Tortue ... A me!
Vi lascio con un incipit da ricordare. E se non avete letto questo romanzo, fatelo.
Dopodiché vorrete salire anche voi sulla Folgore assieme a
Emilio di Roccabruna, conte di Ventimiglia.




Una voce robusta, che aveva una specie di vibrazione metallica, s'alzò dal mare ed echeggiò fra le tenebre, lanciando queste parole minacciose:
- Uomini del canotto! Alt, o vi mando a picco!...
La piccola imbarcazione, montata da due soli uomini, che avanzava faticosamente sui flutti color inchiostro, fuggendo l'alta sponda che si delineava confusamente sulla linea dell'orizzonte, come se da quella parte temesse un grave pericolo, s'era bruscamente arrestata. I due marinai, ritirati rapidamente i remi, si erano alzati d'un sol colpo, guardando con inquietudine dinanzi a loro, e fissando gli sguardi su di una grande ombra, che pareva fosse improvvisamente emersa dai flutti.
Erano entrambi sulla quarantina, ma dai lineamenti energici e angolosi, resi più arditi dalle barbe folte, irte, e che forse mai avevano conosciuto l'uso del pettine e della spazzola.
Due ampi cappelli di feltro, in più parti bucherellati e colle tese sbrindellate, coprivano le loro teste; camicie di flanella lacerate e scolorite, e prive di maniche, riparavano malamente i loro robusti petti, stretti alla cintura da fasce rosse, del pari ridotte in stato miserando, ma sostenenti un paio di grosse e pesanti pistole che si usavano verso la fine del sedicesimo secolo. Anche i loro corti calzoni erano laceri, e le gambe ed i piedi, privi di scarpe, erano imbrattati di fango nerastro.
Quei due uomini che si sarebbero potuti scambiare per due evasi da qualche penitenziario del Golfo del Messico, se in quel tempo fossero esistiti quelli fondati più tardi alle Guiane, vedendo quella grande ombra che spiccava nettamente sul fondo azzurro cupo dell'orizzonte, fra lo scintillio delle stelle, si scambiarono uno sguardo inquieto.
- Guarda un po', Carmaux, - disse colui che pareva il più giovane. - Guarda bene, tu che hai la vista più acuta di me. Sai che si tratta di vita o di morte.
- Vedo che è un vascello e sebbene non sia lontano più di tre tiri di pistola non saprei dire se viene dalla Tortue o dalle colonie spagnole.
- Che siano amici?... Uhm! Osare spingersi fin qui, quasi sotto i cannoni dei forti, col pericolo d'incontrare qualche squadra di navi d'alto bordo scortante qualche galeone pieno d'oro!...
- Comunque sia, ci hanno visti, Wan Stiller, e non ci lasceranno fuggire. Se lo tentassimo, un colpo di mitraglia sarebbe sufficiente a mandarci tutti e due a casa di Belzebù.
La stessa voce di prima, potente e sonora, echeggiò per la seconda volta fra le tenebre, perdendosi lontana sulle acque del golfo:
- Chi vive?
- Il diavolo, - borbottò colui che si chiamava Wan Stiller.
Il compagno invece salì sul banco e con quanta voce aveva gridò:
- Chi è l'audace che vuol sapere da qual paese veniamo noi?... Se la curiosità lo divora, venga da noi e gliela pagheremo a colpi di pistola.
Quella smargiassata, invece di irritare l'uomo che interrogava dal ponte della nave, parve renderlo lieto, poiché rispose:
- I valorosi s'avanzino e vengano ad abbracciare i fratelli della costa!...
I due uomini del canotto avevano mandato un grido di gioia.
- I fratelli della costa! - esclamarono.
Poi colui che si chiamava Carmaux aggiunse:
- Il mare m'inghiotta, se non ho conosciuta la voce che ci ha data questa bella nuova.
- Chi credi che sia? - chiese il compagno, che aveva ripreso il remo manovrandolo con supremo vigore.
- Un uomo solo, fra tutti i valorosi della Tortue, può osare spingersi fino sotto i forti spagnoli.
- Chi?...
- Il Corsaro Nero.


[Emilio Salgari, Il Corsaro Nero, 2009, ed. Mondadori]


lunedì 16 aprile 2012

Incipit

Eccoci all'appuntamento settimanale con gli incipit dei miei libri preferiti. 
Oggi vi propongo una favola, narrata con perizia dall'eclettico Neil Gaiman, 
a dimostrazione che anche gli adulti possono sognare.

Il villaggio di Wall. Cliccando qui, sarete reindirizzati alla recensione del libro.




"C'era una volta un giovane che desiderava ardentemente soddisfare le proprie brame.
E fin qui, per quanto riguarda l'inizio del racconto, non v'è nulla di nuovo (poiché ogni storia, passata o futura, che narri di un giovane potrebbe cominciare alla stessa maniera). Ma strano era il giovane e strani i fatti che lo videro protagonista, tanto che egli stesso non seppe mai come andarono veramente le cose.
La storia ebbe inizio, come molte altre storie dei tempi andati, a Wall.
Ancora oggi, a seicento anni dalla sua nascita, la cittadina di Wall si erge immutata sulla cima di un'alta sporgenza granitica al centro di una piccola foresta. Le case del villaggio sono vecchie e quadrate, fatte di pietra grigia, con neri tetti d'ardesia e comignoli svettanti. Sfruttando ogni minimo spazio della roccia, le case si sorreggono a vicenda, costruite l'una a ridosso dell'altra, con qualche cespuglio o alberello che spunta qua e là dal fianco di un edificio."



[Neil Gaiman, Stardust, 2005, traduzione di Maurizio Bartocci, Mondadori]


lunedì 26 marzo 2012

Incipit

L'ultimo incipit di questo mese è dedicato alla mia scrittrice preferita.
Robin Hobb è un'Autrice dalla penna magica e tutti i suoi romanzi sono una gioia per i lettori.
L'incipit che vi propongo oggi apre una saga che ho amato moltissimo, quella dei Velieri Viventi, in cui un intreccio di personaggi indimenticabili e una trama affascinante riportano alla ribalta un mondo fatto di pirati e di navi veleggianti verso lidi fantastici.




Maulkin si sollevò d'un tratto dal fondo con un selvaggio dibattersi che infittì di particelle l'atmosfera. I brandelli di pelle fluttuavano insieme alla sabbia e alla fanghiglia come i resti slabbrati di un sogno al risveglio. Il lungo corpo sinuoso si mosse in un pigro cerchio, strofinandosi contro se stesso per staccare gli ultimi frammenti di muta. Mentre la melma del fondo ricominciava a depositarsi, Maulkin girò lo sguardo sulle altre due dozzine di serpenti che giacevano distesi nei piacevoli sedimenti ruvidi. Scrollò la grande testa dalla criniera fluente e poi stiracchiò gli ampi muscoli in tutta la sua lunghezza.  "Tempo" chiamò con voce profonda e risonante. "Il tempo è giunto."

[Robin Hobb, La nave della magia, 1998, traduzione di P.B. Cartoceti, Fanucci Editore 2005]


lunedì 19 marzo 2012

Incipit



Nuovo lunedì, nuovo incipit.
Oggi tocca a un'altra grande Autrice, colei che devo ringraziare 
per avermi fatto conoscere e amare il genere fantasy.
Questo libro è bellissimo, un inno alla magia e alle donne, 
una storia "arturiana" in cui Artù e i suoi cavalieri sono dei semplici
comprimari nella tragica vicenda di Morgana.




PARLA MORGANA: Ai miei tempi sono stata chiamata in molti modi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. Ora, in verità, sono una maga e forse verrà un giorno in cui queste cose dovranno essere conosciute. Ma credo che saranno i cristiani a narrare l'ultima storia. Il mondo della Magia si allontana sempre di più dal mondo dove regna il Cristo. Non ho nulla contro di lui, ma solo contro i suoi preti che negano il potere della Grande Dea oppure l'avvolgono nella veste azzurra della Signora di Nazareth e affermano che era vergine. Ma che cosa può sapere una vergine delle sofferenze dell'umanità?

[Marion Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon, 1982, traduzione di Roberta Rambelli, CDE, 1990]





lunedì 5 marzo 2012

Incipit



Gli incipit del mese di marzo saranno dedicati a grandi scrittrici.
Oggi vi propongo un incipit la cui lettura, ogni volta, mi catapulta indietro nel tempo.
Questo romanzo mi ha fatto compagnia per anni, ogni tanto lo rileggevo per rispolverare la freschezza e la dolcezza di un'autrice eclettica e imprevedibile.



"Natale non sarà Natale senza regali", borbottò Jo, stesa sul tappeto.
"Che cosa tremenda esser poveri!", sospirò Meg, lanciando un'occhiata al suo vecchio vestito.
"Non è giusto, secondo me, che certe ragazze abbiano un sacco di belle cose e altre nulla", aggiunse la piccola Amy, tirando su col naso con aria offesa.
"Abbiamo papà e mamma, e abbiamo noi stesse", disse Beth, col tono di chi s'accontenta, dal suo cantuccio.
I quattro giovani visi, illuminati dalla vampa del caminetto, s'accesero alle consolanti parole, ma tornarono a oscurarsi quando Jo aggiunse tristemente: "Papà non l'abbiamo e non l'avremo per un bel pezzo". Non disse "forse mai più", ma ognuna, in cuor suo, lo pensò, andando con la mente al padre lontano sui campi di battaglia."


[Louisa May Alcott, Piccole donne, 1868, traduzione di Gianni Pilone Colombo, Rizzoli]



mercoledì 7 settembre 2011

Prologo

Oggi voglio postarvi il Prologo del mio romanzo. Ogni tanto, un po' di "auto-promozione" ci vuole, specie se aiuta a occupare dei momenti personali un po' difficili. Quindi, in vista degli eventi in programmazione per i prossimi mesi, vi presento un'anteprima di Cuore di Drago.


"Ci fu un tempo in cui i draghi dominavano il mondo.
Solcavano il cielo con maestose ali spiegate, sfavillanti di mille colori.
La loro saggezza era grande e antica.
Un giorno, guardando in basso, videro gli uomini, piccoli esseri dalla vita misera e breve.
Anche gli uomini videro i draghi e provarono invidia per la loro bellezza, la saggezza infinita e la loro vita secolare.
Cominciarono a cacciarli e ucciderli, per carpire i loro segreti, finché non ne rimase che uno solo.
Infine, anche l’ultimo drago fu fatto prigioniero, ma anziché ucciderlo, gli uomini rinchiusero la sua anima nel metallo e lo imprigionarono per sempre in una spada.
La lama aveva un grande potere, ma il Drago non conosceva il bene o il male. La sua potenza era governata e indirizzata dall’uomo che volta per volta riusciva a dimostrarsi degno di impugnarla.
Ci furono molti Prescelti nel corso del tempo e con loro il mondo conobbe periodi di pace ma anche momenti bui. Quando il Prescelto si lasciava travolgere dalla potenza della Spada, la sua follia devastava e distruggeva.
Ci furono anche dei momenti in cui la Spada non riteneva nessuno degno di impugnarla.
Durante quei periodi Cuore di Drago sceglieva un Custode, che potesse vegliarla durante il suo riposo e fino all’arrivo del nuovo Prescelto.
Nacquero canzoni e leggende sulla Spada, ma una sola fu la Profezia che venne tramandata per iscritto.
Giunse un tempo in cui il Custode di turno ritenne più saggio separare la Spada dalla sua anima.
Così Cuore di Drago fu divisa in tre parti: conoscenza, spirito e materia.
La sapienza del Drago venne rinchiusa nel suo prezioso fodero e affidata a un mago potente. La sua anima fu trasferita in un rubino che era incastonato nell’elsa e consegnata a un cavaliere coraggioso. Il simulacro, vivo, ma senza anima, fu lasciato in mano al Custode.
I doni furono tramandati di generazione in generazione, in attesa del Prescelto che potesse riunirli.
I Guardiani dei doni non si conoscevano tra loro e le parti singole, pur possedendo un’enorme magia, non bastavano per raggiungere la piena forza del Drago.
Solo chi avesse saputo riunirle avrebbe conquistato il possesso della Spada e avrebbe potuto utilizzarla per trasferire agli uomini la sua immensa sapienza.
Cuore di Drago scomparve per molti anni.
Come sempre, arrivò il tempo in cui qualcuno avrebbe udito di nuovo il suo richiamo.
Gli uomini non avevano dimenticato il Drago e presto avrebbero ricominciato a cercarlo."

by Molly Greenhouse, Cuore di Drago, Runde Taarn, 2009